venerdì, Dicembre 6, 2019

Ho iniziato ad amare il calcio quando si giocava al Partenio di Avellino sotto la neve, quando portare a casa uno 0-0 da Ascoli era un bel risultato, quando a Como si poteva anche perdere… Negli anni ’80 una squadra di provincia poteva arrivare in finale di Coppa Italia o nei primi sei posti in campionato. Gli anni ’70 erano finiti con gli exploit magnifici di Vicenza e Perugia, che addirittura sfiorarono lo scudetto. E nel 1984-85 il sogno del Verona diventò realtà, mettendo in riga tutti i campionissimi delle big. Allora non si trasmetteva nessuna partita (solo una sintesi del big match, in differita, alle 18.30), si giocava solo la domenica pomeriggio (cambiando ora a secondo della stagione) e i gol si vedevano in anteprima a 90° Minuto.

Per le coppe europee era uguale: alle 20.30 del mercoledì si vedeva solo una squadra italiana, le altre in differita, a notte fonda, su TMC o Capodistria. Perché il calcio era il calcio, non era un business. Gli stessi calciatori non erano palestrati e tatuati, ma spesso pelati o capelloni. E i portieri d’inverno indossavano i pantaloni lunghi della tuta.

Poi la liberalizzazione degli stranieri, le pay tv e internet hanno stravolto tutto. Non solo il modo di vedere il calcio, ma il calcio stesso. E così i big diventano sempre più big: più vincono, più diventano ricchi, più comprano e più il divario aumenta. Da un decennio i campionati nazionali sono di dominio di due o tre squadre e lo stesso vale per le coppe europee. Aver tolto la Coppa delle Coppe e averla fatta confluire, insieme alle eliminate dalla Champions, nell’Europa League (la ex Coppa Uefa) non ha fatto altro che eliminare gli outsider e livellare tutto verso l’alto: non vedremo più la Steaua, il Malines, l’Aberdeen, il Goteborg, la Stella Rossa, l’Ipswich Town, la Dinamo Tbilisi alzare una coppa europea. Mi diranno: “Cosa vuoi farci? E’ il progresso!”. Ma a me mette tristezza.

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Novembre 2019

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