giovedì, Giugno 13, 2024
La sestese Diana Forassiepi in mostra a Milano

“Qui sosta in silenzio, ma quando ti allontani, parla!”. Questo è l’imperativo morale che interroga le nostre coscienze e le esorta all’azione di denuncia. Un monito che non dovrebbe autorizzare alcuna indifferenza negli spiriti liberi, affinché essi si rendano consapevoli di come i destini dell’umanità siano direttamente dipendenti dalle scelte, anche minute, di ciascun individuo su questa terra. È inscritto nell’epitaffio riportato,  scolpito su una lapide che insiste in un giardino di rose dedicato alla memoria di venti bambini ebrei, trucidati dai nazisti nel campo di concentramento di  Neuengamme.

Sembrerebbe che l’artista Diana Forassiepi parta da uno stato d’animo simile, quando mi racconta il nocciolo ispiratore delle sue creazioni presentate in questa mostra e che nel suo messaggio si annidi la segreta speranza che lo spettatore ne esca investito di una responsabilità morale condivisa.

Basta scorrere i sottotitoli del “libro d’arte”, detto “La cura”, per averne conferma: “pulire il cielo dall’inquinamento”, “raccogliere i frammenti dell’uomo”, “riprogettare l’uomo”, “sanare il mare”, “liberare l’atmosfera dalle nubi tossiche”, “eliminare le guerre e le catene”, “amare la natura e piangere il massacro delle foreste” ecc.; Ecco, le foreste, gli alberi, il cruccio di Diana…e l’elenco è lungo e la titolazione drammatica, anche di altre opere qui esposte, come vedremo.

La cupa visione che sovrintende a questa silloge, si direbbe la risultanza coerente di un gramsciano “pessimismo della ragione” che, certo, trova fondamento nella nostra realtà, tanto da poter richiamare l’epitaffio di apertura a riflessione sullo sterminio degli alberi, centrali, nell’attenzione febbrile della pittrice sestese, in questa occasione.

D’altra parte, il suo appello – elaborato nel luogo magico delle alchimie, che è il suo studio, dove, entrando, invece, si è assaliti da onde di solare energia creativa vitalissima che promana da ogni cosa intorno -, sembrerebbe trovare un’eco non meno inquietante nel grido di dolore levato, di fronte alle prospettive nefaste per il nostro pianeta, da una folta schiera di scienziati: ecologi, climatologi, geologi, oceanologi, evoluzionisti. Ed è confortante sapere che sono sempre più ampie le fasce di popolazione – alle varie latitudini – sensibilizzate da movimenti giovanili (v. Greta Thunberg, Francisco Vera, due prodigi dell’ambientalismo) che si vedono negare i loro futuro dalla furia ingorda del capitalismo selvaggio e spregiudicato.

Siamo in piena epoca antropocene, così definita, quella in cui  il riscaldamento globale e i capovolgimenti climatici  dovuti ai gas serra, alle deforestazioni (che Diana definisce “albericidi”, “Fucilazione: massacro degli alberi”, infatti, è uno dei titoli in mostra, che sembra una rilettura della drammatica “Fucilazione” di Goya, e dove cinque lingue di fuoco puntano al cuore di rispettivi cinque alberi in preda a un ritmo formale che li mette quasi in movimento, come un fremito) non sono più e soltanto il naturale e lento evolvere dei biosistemi geologici nei millenni, ma l’effetto delle scellerate scelte dell’uomo che ne accelerano il processo fino al collasso.

“È la nostra sola speranza, ritornare a una condizione in cui si possa essere nel giusto rapporto con la natura” (Carl Gustaf Jung).

Ho il privilegio di conoscerla e, con lei, le sue “visioni” artistiche che fluiscono coerenti, diventando opere tangibili di stupefacente fascino e superfici “specchianti” del senso profondo della sua febbrile sensibilità. E Diana ha  anche la caparbia necessità (perché per lei è imprescindibile, come lo fu per Pasolini, Beuys, Pistoletto, altri, che Vincenzo Trione definisce “artivisti”)  di legare il messaggio est/etico a quello dell’impegno sociale e della protezione/ promozione della bellezza –condividendo il pensiero con Dostoevskij, secondo il quale “la Bellezza pura salverà il mondo” -, e alla denuncia contro coloro che a quella bellezza rozzamente attentano.

Le sue stagioni creative, pur gravitanti intorno a tematiche unificanti, tuttavia sono scandite in cicli in cui di volta in volta affronta un tema specifico  (la sua cifra stilistica, l’ho ampiamente illustrata in scritti precedenti – come “la bellezza come imperativol’e(ste)tica di Diana Forassiepi, catalogo per la mostra al Centro Valmaggi, 2016, e “Il volo come necessità”, catalogo per la mostra all’Art Studio, 38, Milano, 2020 – è, in sé, un permanente rovesciamento dell’ordinario, una rivelazione anche giocosa del prodigioso, un disorientamento sorprendente rispetto ai luoghi comuni) e lo sviluppa fino i fondo con una metodica minuziosa, da orafo fiorentino, trasformando materiali poveri in oggetti preziosi.

Autentiche mirabilie che balzano agli occhi stupefatti dello spettatore  alimentandone le sfere più profonde dello spirito. Quale altra espressione umana può vantare merito superiore a quello della mediazione artistica? Non è questo forse il fine ultimo dell’arte? Palesare il non vedibile, evocare l’indicibile, aprire lo sguardo all’impossibile, rivelare l’infinitezza dell’uomo per la sua capacità di trasfigurare interpretandola, la realtà?

Ecco perciò che quella sorta di “via crucis” che Diana snocciola attraverso le sue “stazioni”, in realtà traccia piuttosto (forse inconsciamente) un percorso virtuoso di “Resurrezioni”, dove dei frammenti di natura ridestata vengono com-posti in gesti di plastiche movenze – v. Le Reliquie”, con rami, su sfondo rosso e oro (simboli di vigore e di luce),  in alto rilievo, che come “Prigioni” michelangioleschi, si spogliano dell’eccedenza della corteccia per aprirsi a nuova vita; così, analogamente, “La santificazione degli alberi”; o “Il cuore della natura”, dove da un’ombra combusta emergono figure danzanti in moto ascensionale sotto un cuore che si intuisce pulsante;  Le stesse “Tre Grazie”, sono sì pietrificate, ma in realtà spandono un’aura bilaterale, che non si acconcia allo spazio destinato, ma lo travalica verso l’infinito, oltre il riquadro bruno dello sfondo. Un’annotazione speciale, però, merita il lavoro intitolato “Le lacrime di Matteo” –  sono quelle versate da un ragazzo che ha visto abbattere due magnifici esemplari di cedro atlantica nel cuore di Sesto -, dove colature rosso sangue, come lacrime, contraltano, tuttavia, con la luce solare che si alza al di sopra della massa bruna brutalizzata, la stessa solarità che spande da “la combustione”, fuoco catartico dalle cui ceneri tutto rinasce. Rocco Abate

“È la bellezza un raggio di chiarissima luce che non si può ridir quanto riluce né pur quel ch’ella sia. Chi dipinger desìa il bel con sue parole e i suoi colori, se può dipinga il sol.” (Torquato Tasso), e Diana l’ha dipinto.                           (30 gennaio – 2022)

La mostra è visitabile presso Art Studio 38 (in via Luigi Canonica 38, a Milano) fino al 28 Febbraio

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