giovedì, Maggio 28, 2020
In quarantena il 14enne Alessandro inventa la lampada Anna Frank

Alessandro ha lo sguardo timido ma determinato. La quarantena a cui il Covid-19 lo ha costretto lo preoccupa, lo annoia, ma non ne ha certo fiaccato la tenacia. E allora ha deciso di trasformare un trenino giocattolo in una lampada funzionale, dandole il nome di Anna Frank, la sfortunata icona della prigionia nei lager durante il secondo conflitto mondiale. La scelta ha un suo perché, e ci racconta molto dello spessore umano di questo ragazzo. Alessandro Abbate è un ragazzo della 3B della scuola media “Anna Frank” – Einaudi – di Sesto San Giovanni e come tutti i suoi coetanei, è pronto al grande salto verso le superiori. Non prima, però, di aver salutato come si deve i suoi professori e in particolare l’insegnante di Storia dell’Arte e sostegno Nicola Mette, che lo ha accompagnato in un viaggio nobile e “luminoso”, tra materie curricolari, forme, colori, e sensibilità eco-friendly, accarezzati dalla potenza evocativa dell’arte contemporanea. Per nulla scoraggiato dal non facile compito, Alessandro ha aguzzato l’ingegno dimostrandosi assolutamente all’altezza della situazione. Storia dell’Arte, italiano, tecnologia, scienze, storia, sono stati i compagni di viaggio del nostro protagonista che adesso ha deciso di spiegarci da dove ha avuto inizio questa brillante idea e come è riuscito a tramutarla in realtà, non smettendo mai di divertirsi.

Alessandro, come è nata l’idea di una lampada?
“Cercavo un tema da utilizzare per l’elaborato finale di terza media. Provavo a pensare a qualcosa di originale da costruire, ma non sapevo come realizzarlo. Finchè un giorno parlando con il professor Mette abbiamo pensato di dare vita a una lampada che avesse il nome della mia scuola: Anna Frank. E che oltre ad emettere luce fosse anche funzionale. “Una locomotiva!” ho pensato tra me e me. Ed è così che è iniziato tutto”.

Ogni missione che si rispetti ha la sua tabella di marcia, tu avrai avuto la tua..
“Certo!Ho suddiviso il lavoro per fasi: la prima mi è servita per vedere meglio gli oggetti e studiarli in tutte le loro parti secondo vari punti di vista, poi ho fatto gli approfondimenti storici utili alla comprensione del personaggio Anna Frank e del contesto storico della Seconda guerra mondiale. Nella fase successiva mi sono messo alla ricerca del modello giusto da ricreare, e a quel punto ho iniziato a fare i primi schizzi a mano libera. Nelle ultime due fasi ho prima iniziato la costruzione vera e propria della lampada e infine disegnato le proiezioni ortogonali”.

E stato complicato ricercare il giusto modello di lampada da riprodurre?
“E’ stato divertente! Insieme all’ insegnante di sostegno sia a scuola che a casa ho ricercato su internet diverse lampade realizzate con materiali di riciclo.
Questa ricerca mi è servita per comprendere come un oggetto conosciuto nell’ industria con una funzione ben precisa, può trasformarsi con l’ingegno di un artista in un altro oggetto.
Questo lo si può vedere nelle opere ready made, cioè pronte a un uso diverso da quello originario, realizzate dall’artista dadaista Marcel Duchamp”.

Com’è nata l’idea di intitolare l’oggetto alla memoria di un simbolo della deportazione nei campi di concentramento?
“Con gli insegnanti di storia e di sostegno, attraverso lo studio e la visione di documentari e film ho studiato la Seconda guerra mondiale, la cui conoscenza mi ha permesso di capire meglio quale oggetto potesse riassumere questo periodo della storia. Il nome della lampada è stato dedicato ad Anna Frank, una ragazza tedesca di origine ebrea deportata con la sua famiglia nel campo di Bergen Belsen ed assassinata a 16 anni dai tedeschi”.

Cosa ti ha colpito maggiormente di questa triste vicenda storica?
“L’aver scoperto che l’unico della famiglia tornato vivo dai campi di concentramento fu il padre, il quale fece pubblicare un bellissimo libro a lei dedicato – il Diario di Anna Frank: un testo che ci insegna il valore della bontà nonostante il mondo disumano in cui la protagonista aveva vissuto”.

Il web e le nuove conoscenze storiche ti avranno aiutato anche da un punto di vista visivo e nel disegno…                  “Si, molto, soprattutto perché ho deciso di focalizzare il mio studio sulla deportazione degli ebrei e di utilizzare una locomotiva con vagoni merci che ricordassero quelli utilizzati dai tedeschi per il trasporto degli ebrei nei campi di concentramento. All’ inizio il professore Nicola Mette mi ha fatto esercitare a disegnare oggetti di uso comune e alimenti come un tappo di penna, figure geometriche in legno e della pasta corta a forma di farfalle. Ho così imparato a disegnare con la tecnica del chiaroscuro e a riconoscere le ombre proprie e portate. Successivamente ho cominciato a disegnare a mano libera locomotive e vagoni merci, adibiti al trasporto degli animali, utilizzati dai nazisti per trasportare gli ebrei, sia tramite immagini ricercate su internet sia con visione dal vero di una locomotiva a vapore giocattolo che la mia famiglia mi ha appositamente comprato”.

Dopo tutto questo lavoro preparatorio, deve esser stato davvero emozionante iniziare la costruzione vera e propria della lampada, vero Alessandro?
“Verissimo!”

Raccontaci un po’ come ci sei riuscito..
“Allora…dopo aver deciso di realizzare una lampada a muro insieme all’ insegnante di sostegno abbiamo colorato gli elementi della lampada di nero, successivamente, ho incollato le luci al led sui binari e poi la locomotiva e i tre vagoni. A quel punto mi sono dedicato alle proiezioni ortogonali della lampada, che sono state disegnate in scala 1:1..”

1:1?
“Si, vuol dire che le ho riprodotte a grandezza reale..Essendo un progetto complesso, ho disegnato i vari elementi a mano libera tenendo conto, però, delle misure reali”.

E poi?                                                                                                                                                                                                                   “Beh, poi ho rappresentato la pianta ed il prospetto del binario. Et voilà!”

Ma cosa pensa il professore di sostegno, Nicola Mette, che ha accompagnato sin dall’inizio il ragazzo in questa mission?                                                                                                                                                                                                                   “E’ stato davvero un piacere lavorare con Alessandro – ci conferma il prof visibilmente emozionato- grazie all’impegno è riuscito a esprimere le sue doti e a trasformare un periodo negativo in una risorsa, dando vita e luce a un progetto che ha gli ha consentito di esplorare i sentieri dell’arte, il mondo delle forme e delle proporzioni, con uno sguardo attento alla tutela dell’ambiente e la maturazione della giusta sensibilità rispetto a una tragedia del passato, quale fu la deportazione nei campi di concentramento”.

Quali sono le competenze sviluppate e le capacità messe a frutto dal ragazzo?
“Tante e tutte espresse in correlazione tra di esse: la capacità di elaborare contenuti e semplificarli, di progettare ed elaborare un prodotto partendo da progetti già esistenti nel mercato del design, di migliorare la capacità di osservazione e astrazione, di comprendere l’importanza del riciclo, di incrementare le capacità creative e di sintesi, di rapportarsi in termini costruttivi all’Arte contemporanea, giusto per descriverne alcune.

Cosa di questa esperienza l’ha sorpresa? Cosa le rimarrà dentro dopo tanto lavoro assieme?
“Senz’altro il contatto umano! In barba a ogni distanza fisica,vivere, anche se da lontano, la realtà personale e familiare di Alessandro mi ha permesso di costruire un sentiero di empatia e fiducia con il ragazzo e con i suoi cari. A quel punto “fare squadra” e raggiungere l’obiettivo è stato facile e, per quel che mi riguarda, accrescitivo anche da un punto di vista professionale”.

Cos’altro aggiungere, prof?
“In bocca a lupo Alessandro! Nuove “luminose” missioni ti aspettano”.

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1 Commento

Sergio Valsecchi 13 Maggio 2020 at 9:40

Questo è un grande esempio di come sia possibile con le necessarie capacità ed il dovuto impegno contribuire a liberare energie e creatività di giovani studenti.
Un grazie al prof, ma soprattutto artista, Mette, il cui ricordo della performance METASTASIS, immenso atto d’ amore che ti scuote dentro, ho ancora vivissimo, per l’ impegno profuso nella ” crescere” le persone.
Sergio Valsecchi

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