Ad ogni bambino dovrebbe essere concesso di vedere almeno una volta la sua nazionale di calcio al Mondiale: invece chi è nato in Italia, nel 2012, la vedrà – se sarà fortunato – da maggiorenne.
E’ palese che la colpa sia della scarsa valorizzazione dei nostri giovani. Parafrasando quello che disse l’ex Presidente della FIGC, Tavecchio: quando uno ha un cognome straniero lo si compra a prescindere dal suo valore e diventa subito titolare. A lui uscì male con sfumature razziste, ma la validità del concetto rimane.
La non valorizzazione dei vivai giovanili porta al vuoto generazionale: sono 20 anni che non sforniamo più campioni. E non è un caso che nelle coppe europee veniamo regolarmente bullizzati (l’ultima squadra italiana a vincere la Champions League è stata l’Inter nel lontano 2010).
Quando ad un grande santone del calcio europeo, Mircea Lucescu, colui che ha portato il calcio brasiliano a Donesk facendo vincere allo Shaktar una storica Europa League (gli hanno dedicato una statua, ancora da vivente, non lontano da quella di Lenin), il Presidente della Dinamo Kiev disse che aveva 20 milioni da investire sul mercato, l’allenatore rumeno rispose: “Fate una palestra nuova, prendete un bus per le giovanili e portatecelo… Sono quelli gli acquisti che restano. Ci sono due modi per vincere: con i soldi o con i giovani. Con i soldi si vince finché durano, nel secondo caso si continua”.



