Gli 80 anni della Repubblica sono una data importante, che ci deve far riflettere su che cosa eravamo allora e su che cosa siamo oggi.
Allora eravamo un Paese diviso: la Monarchia perse (forse) per soli 2 milioni di voti (ma vinse al Sud) e i Padri costituenti trovarono con fatica una sintesi tra le esigenze dei Comunisti (l’Articolo 1 dedicato al Lavoro) e quelle dei Cattolici (l’Articolo 7 che legittimava i Patti Lateranensi).
Eravamo un Paese in macerie che stava per scegliere la via della libertà, dell’Atlantismo, dell’Europeismo, della ricostruzione grazie al Piano Marshall. Ma eravamo un Paese in macerie anche sul piano morale: l’amnistia di Togliatti del 22 giugno 1946, necessaria per uscire dalla guerra civile, alimentò la bufala della “Resistenza tradita” che, 25 anni dopo, fu rispolverata dalle Brigate Rosse.
La situazione internazionale era fragile come lo è ora. Ma a guidare l’Italia e il mondo (sia al Governo sia all’opposizione) c’erano statisti di altissimo livello, ai quali i leader di oggi avrebbero potuto, al massimo, fare da portaborse.
Il 2 giugno 1946 coincide con il primo voto delle donne e con le prime elezioni libere dopo troppi anni (le ultime, quelle del 1924, avvennero sotto la minaccia di manganelli e olio di ricino). Non ricordiamocelo solo in questi giorni, mentre guardiamo le esibizioni delle frecce tricolori. Ricordiamocelo domani, quando avremo dei dubbi e non sapremo se andare al mare o andare al seggio. Il diritto di votare è anche un dovere: pur con i suoi acciacchi (una legge elettorale che scricchiola e un sistema maggioritario da cambiare), la Repubblica va salvaguardata, difesa e soprattutto non va mai data per scontata.




