domenica, 23 Febbraio, 2020

Due convegni di caratura internazionale hanno visto protagonista FERB Onlus, attiva anche all'ospedale Uboldo di Cernusco

Maggio è stato un mese molto attivo per FERB Onlus (Federazione Europea di Ricerca Biomedica), l’eccellenza nella cura e nella riabilitazione di malattie neurodegenerative, attiva anche in Martesana, con un Centro presso l’ospedale Uboldo di Cernusco. Tre sono stati gli appuntamenti che l’hanno vista protagonista, due convegni di carattere scientifico di altissimo livello e un incontro di ambito locale. Nel suo doppio saluto ai convegni, il Prof. Franco  Cammarota (A.d. della Onlus) ha ricordato il grande cammino intrapreso da FERB, che non si è specializzata solo nell’assistenza medico-ospedaliera, ma anche negli studi farmacologici: non solo quin- di un’eccellenza nel fornire le cure più adeguate, ma an- che un’eccellenza nel cercare nuove strade per combattere le malattie e nel migliorare la ricerca.

Il convegno di Bergamo
Il primo dei due convegni, “Alzheimer: nuovi sviluppi diagnostici e terapeutici” ha avuto luogo a Bergamo il 4 maggio: l’occasione è stata data dal potenziamento del centro FERB di Gazzaniga dedicato a questa malattia e al rilancio dell’attività di ricerca che ora vede l’attività della Onlus non più solo concentrata sugli aspetti parasociali della malattia, ma anche sulla sperimentazione clinica farmacologica e sugli studi clinici della neuromodulazio- ne magnetica ed elettrica. Il convegno è stato dunque un’occasione di incontro e di aggiornamento per medici, infermieri, ricercatori, studiosi, impegnati in importanti Centri di ricerca italiani e internazionali.  Sono stati molti i nodi affrontati, tutti di grande urgenza: dai problemi di ordine etico e scientifico posti dagli avanzamenti in tema di diagnosi precoce alla difficoltà di valutare i progressi in campo farmacologico rispetto ai quali esiste una forte aspettativa da parte delle famiglie e dei pazienti e quindi il rischio di creare illusioni.
Un altro dei temi ricorrenti è stato l’invito a non stare troppo in trincea concentrandosi troppo sulle cure perché, così facendo, si perde di vista l’ambito della ricerca che è fondamentale. Come ha sottolineato il Prof. Carlo Defanti, Direttore del Centro di Gazzaniga: “Se ci si concentra troppo sull’assistenza, si rischia di essere inghiottiti dalla routine, mentre concentrarsi sulle innovazioni e sulla ricerca è fondamentale”. Come il grande studio di livello europeo – al quale parteciperà anche FERB – su persone di 65 anni (alcune trattate con nuovi farmaci, altre no) che saranno seguite per 5 anni per scovare i primi segni di deterioramento dovuto alla malattia.
Di alto livello l’intervento della Dr.ssa Francesca Mangialasche, geriatra e ricercatrice presso il Karolinska Institute di Stoccolma, che è partita da alcuni dati allarmanti: l’Alzheimer è una malattia globale che colpisce 47 milioni di persone nel mondo; questa cifra raddoppierà nel 2030 e triplicherà nel 2050. Oggi in Italia ci sono 1 milione di malati e 3 milioni di persone coinvolte. L’emergenza, oltre che sanitaria, è economica, visto che si tratta di una malattia per la quale si spende più che per le patologie cardiologiche e oncologiche: come faranno i Paesi a basso reddito a sostenere questa spesa sanitaria?
Da qui la necessità di diagnosi precoci, di intervenire in una fase di “Alzheimer preclinica”, magari anche 30 anni prima che si manifestino i primi segni della malattia. Ecco la possibilità dell’utilizzo di biomarcatori, un tema del quale si è parlato molto durante il convegno. Ed ecco l’insistenza sull’adottare stili di vita sani: sembra che chi conduca una vita inattiva e poco stimolante, chi abbia scolarità bassa e chi soffra di disturbi vascolari e di ipertensione, sia più a rischio. Ma si parla sempre solo di probabilità. Ad esempio, confrontando un campione di per- sone nate nel 1900 e uno di persone nate nel 1920, sembra che nel secondo campione si registri un calo di malati di Alzheimer: questo potrebbe essere dovuto all’aumento della scolarità, al potenziamento delle cure delle malattie vascolari e all’adozione di stili di vita più sani. Certo, se emergesse che questi fattori modificabili potrebbero impedire l’insorgere della malattia, allora 1 caso su 3 potrebbe essere evitato, intervenendo a monte. Una svolta epocale.
Molto interessante anche il contributo del Prof. Alessandro Padovani, dell’Università degli Studi di Brescia: la necessità di diagnosi precoci è sempre più necessaria, perché l’Alzheimer oggi fa paura come il cancro e perché il paziente vuole essere sempre di più al centro di un percorso diagnostico. Ecco il tema dei biomarcatori, della ricerca di accumulo di betamiloide come fattore discriminante, ma anche il rischio di “falsi positivi” e il problema della “non certezza” anche per esami clinici di alto livello (come risonanza magnetica e PET). E, soprattutto, visto che un percorso pre-clinico serio dovrebbe esaminare i pazienti 30 anni prima dell’insorgere della malattia, questo comporterebbe una serie difficile di problemi: su quali pazienti partire con esami così precoci? A spese di chi? Perché farlo su soggetti, in quel momento, del tutto sani? A che punto dei test comunicare gli esiti? Che effetti avrebbe  comunicare ad un 45 enne attivo che 20 anni do- po si ammalerà di Alzheimer? Pur con tutte le sue contraddizioni, però, la diagnosi precoce sembra essere una via fondamentale per salvare molti potenziali malati ed evitare costi pesantissimi ai sistemi sanitari dei vari Paesi.
Sulla stessa lunghezza d’onda gli interventi successivi, che hanno visto tra i relatori anche importanti studiosi stranieri: il rischio di “falsi positivi” (la presenza di betamiloide è abbastanza normale negli anziani, quindi può corroborare una diagnosi clinica di demenza, ma non può sostituirla…); l’importanza di intervenire sulla riserva cerebrale per ridurre l’incisività della patologia e migliorare la performance (sembra che in soggetti con una riserva più elevata, ovvero con scolarità più alta e attività lavorativa stimolante aumenti la capacità di “reazione”); l’importanza dell’utilizzo in fase tera- peutica dei cosiddetti serious games; la necessità di intervenire in una fase pre-clinica della malattia.

Il convegno di Milano
Il secondo convegno, svoltosi a Milano, il 19 maggio, aveva come tema “Novel approaches to evaluate and treat patients with disorders of consciousness, stroke and Parkinson’s disease”. Anche in questa occasione gli importanti relatori si sono confrontati su tematiche nodali: come possiamo misurare il livello di coscienza? Fino a che punto un paziente, che non risponde a stimoli, può essere definito “non cosciente”? Ecco i progressi con l’utilizzo della TMS/ECG che in un sistema cerebrale basato sul binomio informazione/integrazione permette di valutare quali perturbazioni si creano a causa delle stimolazioni. Un metodo molto preciso e non invasivo, sen- za effetti collaterali. Come ha ricordato il Dott. Rosanova (ricercatore presso l’ospedale Sacco): un cervello colpito da ictus reagisce in modo molto più sconnesso di un cervello sano a cui manca una piccola parte ma che, per il resto, funziona per- fettamente. Il cervello colpito da ictus dà risposte completamente sbilanciate e di complessa interpretazione. TMS e TDC cercano di ribilanciare l’attività cerebrale e di monitorare i cambiamenti che avvengono dopo le stimolazioni. Unendo queste tecniche, potremmo avere un controllo maggiore e una riabili- tazione più efficace”. Paradigmatico il commento del Prof. Gianni Pezzoli (Direttore del Centro Parkinson presso l’ICP): “Fino a poco tempo fa, credevamo che un cervello danneggiato non avesse pos- sibilità di recuperare; oggi invece si sono aperti nuovi scenari. Se riuscissimo a stimolare i neuroni in modo che sostituiscano le cellule danneggiate, otterremmo risultati eccezionali. Questo rimane comunque un ambito molto complesso: ad esempio, si è scoperto che le persone in coma possono comunicare – certo non nella nostra ‘lingua’ – e, quando abbiamo decodificato il loro messaggio, in esso questi pazienti hanno definito il loro stato di salute come ‘buono’. Davvero sorprendente. Molte perplessità rimangono poi sull’anticipo con cui si  possa notare l’insorgere del Parkinson e sul valore clinico dei ‘disturbi non motori’: è difficile dire se alcuni caratteri facciano parte del bagaglio di una persona o se indichino predisposizione alla malattia”. Alla fine, chiusura ironica del Prof. Cammarota: “Ringraziamo l’Assessore Mantovani che, nonostante le ripetute conferme della sua presenza, a causa di impegni improrogabili, ha rinunciato all’intervento programmato”.

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