giovedì, luglio 19, 2018

Sarà capitato anche a voi di arrivare alle ultime due mani del domino e di non poter più andare avanti perché nessuno dei giocatori si può attaccare alle tessere che ci sono in tavola: questa è la situazione politica nazionale, bloccata da tre poli che poco hanno in comune l’uno con l’altro. Le uniche forze che potrebbero fare un governo insieme sono M5S e Lega, ma è impensabile che il Carroccio esca dal Centrodestra, rompendo il patto elettorale. Ed è an- che difficile pensare ad un “Governo del Presidente” retto da una figura istituzionale: chi lo appoggerebbe? E sulla base di quale programma? Con Azzurri e Grillini insieme? E poi nella mente degli Italiani è troppo fresco il ricordo nefasto del Governo Monti.

In attesa di vedere quale coniglio uscirà dal cilindro, mi sento di dare un consiglio al Pd, perché per il Paese è importante poter contare su una forza di centrosinistra competitiva. Dovrebbe riflettere sugli errori, evitando di dire che ha vinto la “logica della paura” (come fece quando perse Sesto S. Giovanni). Ci sono due sbagli tattici macroscopici fatti dai Dem che sono sotto gli occhi di tutti: innanzitutto, aver puntato sul tema dell’accoglienza indiscriminata. Vogliamo tutti aiutare chi sta peggio di noi: ma un aiuto vero significa dargli un futuro, non farlo venire qui e poi si vedrà. Un’accoglienza fatta così, oltre ad essere destabilizzante, non è nemmeno carità cristiana. Come disse Giorgio Oldrini dopo la storica sconfitta di Sesto: “Una Destra unita ha saputo fare tesoro di una diffidenza che è andata crescendo, soprattutto nei ceti più deboli, verso chi amministrava e si riteneva colpevole di accogliere con più favore ‘gli stranieri’ rispetto ai locali”. Da allora il Centrosinistra è andato avanti a parlare di Ius Soli, di multiculturalismo, di accoglienza. E ogni volta perdeva voti, in primis nei quartieri popolari, dove il tema dell’immigrazione è più sentito: Crozza ha calcolato la perdita di voti del Pd dal 2014 ad oggi in 40 al minuto.

Secondo errore: impostare la campagna elettorale sull’antifascismo. E’ possibile che nel 2018 questo sia un tema prioritario, di fronte alle famiglie che non tirano fine mese, di fronte all’insicurezza crescente, di fronte alla disoccupazione, di fronte alle imprese che chiudono? Dopo aver perso, lo scorso giugno, due città medaglia d’oro della Resistenza (Sesto e Genova), si pensava che il Centrosinistra avesse imparato la lezione. E invece imperterrito, da Como a Macerata, ha condito l’agenda elettorale di retorica antifascista. E se i suoi elettori meno ideologici erano dubbiosi sul senso di questa linea, gli altri (quelli già delusi in generale) sono fuggiti infastiditi. Rimangono solo quelli più ottusi a combattere contro mulini a vento immaginari perché è più semplice ragionare secondo vecchi schemi e agitare fantasmi passati piuttosto che prendere atto di una società radicalmente mutata: le periferie, prima capisaldi di sinistra, ora terra di conquista di M5S e Lega, ne sono la riprova perfetta.

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